Indignitá elettorale

 

INDIPENDENTEMENTE DAL FATTO CONCRETO (Berlusconi )
Un soggetto che pur dichiarato colpevole (anche se non formalmente, dato che si è colpevoli solo dopo il terzo grado di giudizio) ma ugualmente legittimato dal popolo italiano a sedere in parlamento, può esserne estromesso, sconfessando così la decisione del popolo?

La proposta di riflessione in questione  non è rimasta priva di risposta, e, anche se l’ “astrazione” dal caso concreto non sempre è stata evidente, ognuno ha fatto presente il proprio pensiero.
Dalla sintesi di quanto dibattuto un pensiero ne è uscito nitido: e cioè che Formalmente il problema non si pone: i magistrati agiscono secondo legge, la legge é espressione del potere sovrano (il popolo italiano), dunque se ne deduce che il popolo italiano ritenga chi si macchia di determinate colpe indegno a sedere in parlamento, e dunque il popolo in ultima analisi resta titolare della propria sovranità .

Purtroppo il discorso però no si esaurisce qui, dato che questa affermazione lascia comunque aperto uno spiraglio:

assodata la correttezza su un piano di giustizia formale, si può agevolmente dire lo stesso sul piano della giustizia sostanziale?

Per quanto riguarda il primo punto in questione: da un punto di vista sostanziale ritorna il problema di cui prima: il popolo viene sconfessato (anche se, come visto, viene sconfessato da se stesso, o meglio viene legato ad una precedente manifestazione di volontà ) … E allora il quesito é necessariamente quello tabù di ogni giurista moderno: questa legge é giusta?
Sulla giustizia sostanziale di questa legge non si è trovato un punto d’incontro , confrontandosi la posizione di chi preferisce sempre e comunque norme ben precise prima del gioco con la posizione di chi preferisce dare sempre l’ultima parola al popolo con chi, ancora, ritiene determinate norme tutela necessaria ad evitare abusi della classe politica ( esempio iperbolico: candidare Totò Rina in cima alla lista di un partito di sicuro successo, dunque levarlo dal carcere per mandarlo a sedere in parlamento).

                                                                                                       Giuseppe Donniacuo

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